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La sensibilità che tutte le più grandi aziende mostrano nei confronti dell’ambiente non è più, da tempo, un requisito opzionale volto a migliorare l’immagine della stessa agli occhi del mercato, ma un requisito regolamentato da precise normative europee.

Queste hanno adesso stabilito che non solo le imprese più grandi, ma anche quelle di interesse pubblico e quotate presso la borsa che superino i 500 dipendenti devano stilare il cosiddetto Bilancio Sociale o Bilancio Integrato di Sostenibilità, un documento non più composto da sterili ed aridi numeri finanziari ma anche da attente valutazioni tecnico-qualitative sull’impatto ambientale dell’azienda, sulla sua incidenza sul territorio circostante e sulle attenzioni profuse nei confronti degli stessi dipendenti, nell’ottica del benessere psicofisico fuori e dentro il posto di lavoro.

La figura del Sustainability Manager

Non si tratta di un documento semplice da redigere in quanto sono necessarie competenze trasversali che includono più campi e che implicano, oltre alle conoscenze specifiche, anche doti “umane” di sensibilità e mediazione tra le parti e persino di trasparenza: per questa ragione alcuni tra i più rinomati istituti accademici italiani, non ultima la Bocconi di Milano, hanno varato dei corsi di alta specializzazione per formare tout-court la figura del Corporate Social Responsability manager, colui che deve raccogliere ed analizzare i dati interni aziendali ed attuare tutte le procedure necessarie per mettere in regola il ciclo della produzione.

Su alcune materie la sua attività valica per forza di cose le mura aziendali, in quanto per determinate attestazioni e certificazioni vanno interpellate società multiservizi esterne che siano accreditate per il loro rilascio e quindi super partes.
Tali società di consulenza aziendale offrono tutte dei pacchetti variegati, che includono la consulenza per la conformità al TUSL (Testo Unico per la Sicurezza sul Lavoro) ma anche indagini ambientali sulle emissioni e sullo smaltimento dei rifiuti tossici, o test di laboratorio quali i controlli non distruttivi.

Non si tratta di banali “scartoffie”, ma di documenti che attestano l’impegno dei vertici aziendali nei confronti dell’ambiente, e sono i pilastri sui quali poggia l’analisi qualitativa da sottoporre all’attenzione del mercato.

Quali vantaggi derivano dal Bilancio Sociale

I ritorni sono molteplici e non si limitano a questioni legati all’immagine: i consumatori sono sempre più attenti e consapevoli, e considerano con maggior favore un marchio che contribuisca a ridurre le emissioni o ad accorciare la filiera; lo stesso atteggiamento positivo si riscontra anche tra i fornitori, e persino i rapporti con gli enti e le amministrazioni locali si fanno più snelli e viaggiano su comprensibili binari preferenziali.

Infine, non vanno sottovalutati gli investitori, coloro che mettono al primo posto le valutazioni dei rischi e che quando devono decidere dove orientare i propri capitali prendono in considerazione tutti i fattori, inclusi pertanto quelli legati ad atteggiamenti che possano essere sanzionati se non in regola.

Una strategia aziendale di successo non può prescindere da simili valutazioni, ed anche se realtà imprenditoriali più piccole possono avere scarsi fondi a disposizione, non devono sottovalutare le concrete opportunità di crescita derivanti dall’innovazione dei processi produttivi, dal benessere dei propri lavoratori, da un impatto ambientale ecosostenibile.
Dimostrare una filosofia “green” con i fatti si rivela a lungo termine un vantaggio che si acquisisce anche sulla concorrenza, perché la tendenza del mercato pende tutta verso l’ostracismo di aziende dal comportamento etico irresponsabile.