Attorno alla domanda riguardo una possibile distinzione tra Piacere e Desiderio è necessario domandarsi: è possibile credere che una persona possa considerare come Piacere un’azione come Fumare o Drogarsi?. Attrezzati di buona volontà, ci impegniamo e addentriamo, innanzitutto, in una ricerca epistemologica con il fine di rivelare una possibile soluzione della questione. La prima risposta ci è stata data dall’etimologia la quale dimostra che, mentre il Piacere deriva dal greco hedoné, il bisogno deriva dal latino medievale bisonium; dunque, i due termini sono divergenti poiché non derivano dalla stessa matrice linguistica. Ciò nonostante, essi sono in stretto legame tra di loro, sono interconnessi in maniera inscindibile, tanto è vero che se si tenta di separarli per studiare ora l’uno, ora l’altro, si cade in un’aporia. La domanda fondamentale su cui si muove tutto il ragionamento è: C’è una reale distinzione tra Piacere e Bisogno?
Tenendo ben presente questa domanda, si potrebbe abbozzare l’idea per cui si ha: il bisogno come causa, il piacere come effetto. Non è quindi possibile dare un’autonomia al concetto di Piacere estraniandolo dal concetto di Bisogno: egli nasce, prolifera e muore sulla terra del Bisogno. Difatti, se si fa un’analisi attenta di tutti quelli che comunemente sono pensati e considerati come Piaceri ci si accorge che si riducono tutti alla dimensione della necessità, cioè del Bisogno. Si potrebbe allora controbattere che, mentre il piacere ha una connotazione positiva, il bisogno è percepito come qualcosa di negativo, di pericoloso, un qualcosa che crea dipendenza. Di conseguenza, Piacere e Bisogno sono due cose tra loro contrapposte; Ma, affermare ciò, non è fare un torto al concetto stesso di Piacere? Semplificando: asserendo che il concetto di Piacere è distinto, per la sua connotazione positiva, dal Bisogno, il quale ha in sé una problematicità tale che ci porta a pensarlo come fautore di dipendenza, non è asserire che il Piacere non deriva dal Bisogno? Non possiamo permetterci di impoverire il concetto stesso di Piacere quando siamo ora consapevoli che la sua origine è la dimensione del Bisogno. Dobbiamo procedere con cautela.
Se esiste il concetto di Piacere, questo deve avere una sua autonomia altrimenti non avrebbe senso contrapporlo al concetto di Bisogno. Affermare questo, però, comporta a legittimare una sorta di autonomia e di indipendenza del concetto di Piacere dal concetto di Bisogno, il quale, giustamente, si sente accusato di essere fautore di un’opera di totalizzazione del concetto di Piacere.
Come risolvere ora la questione?
Siamo giunti all’Aporia, siamo posti davanti a un ostacolo: da un lato abbiamo la necessità di rendere giustizia a favore del Piacere nei confronti del Bisogno mentre dall’altro non possiamo dimenticare che il Piacere fermenta dentro la botte del Bisogno.
Non ci rimanere che prendere una decisione: o indugiamo con il dubbio, incapaci di una qualunque forma di argomentazione oppure tentiamo una nuova risposta mantenendo l’analisi di stampo logico- razionale. Nella seconda ipotesi, ci sentiremo come i giovani filosofi descritti nell’opera platonica il “Sofista”. Essi, dinanzi a un’Aporia, hanno avuto il coraggio di compiere quello che in tedesco si definisce l’“Auseinandersetzung”, ossia il disporsi “l’un contro l’altro” allo scopo di combattere per esistere, per essere. Il metodo finora utilizzato è stato quello della “Diairesis” cioè della ricerca analitica e minuziosa con il fine di giungere a una soluzione conclusiva. Esso ha fallito, per cui o si ha il coraggio di proporre un Polemos, cioè una guerra polemica di scontro e di critica, sia verso se stessi sia verso il discorso e i dogmi altrui, oppure si deve accettare di rimanere intrappolati dall’auctoritas dell’Aporia, cioè dell’ostacolo che si presenta come incolmabile.
Con la premessa che vi sono parti del Piacere e del Bisogno che non sono accessibili con i nostri strumenti conoscitivi odierni, tentiamo di fare una sorta di ramificazione all’interno nel concetto di Piacere. Esso può essere sia uno stato positivo da ricercare attivamente o, come direbbe Aristippo di Cirene, “un moto lieve dei sensi” da rinnovare continuamente, sia un piacere però inteso come serenità d’animo, assenza di turbamento e di dolore.
Nel pensiero epicureista e, in particolare, nell’Epistola di Epicuro a Meneceo, si legge di una possibile distinzione tra Piaceri naturali e Piaceri non naturali. Riporto di seguito l’epistola:
“Bisogna anche considerare che dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e tra quelli naturali alcuni sono anche necessari, altri naturali soltanto; tra quelli necessari poi alcuni sono in vista della felicità, altri allo scopo di eliminare la sofferenza fisica, altri ancora in vista della vita stessa. Una sicura conoscenza di essi sa rapportare ogni atto di scelta o di rifiuto al fine della salute del corpo e della tranquillità dell’anima, dal momento che questo è il fine della vita beata; è in vista di ciò che compiamo le nostre azioni allo scopo di sopprimere sofferenze e perturbazioni.”
Sviluppando il discorso: Epicuro distingue i piaceri in naturali e non naturali. Tra i primi, alcuni sono necessari, come il mangiare e il bere. Questi dovranno necessariamente essere soddisfatti, per evitare la sofferenza e la morte ma soprattutto potranno essere soddisfatti agevolmente. I bisogni naturali ma non necessari sono, ad esempio, mangiare cibi raffinati o bere bevande più piacevoli dell’acqua. Essi possono essere soddisfatti, purché ciò non comporti affanno o preoccupazioni. Difatti, per non avere fame, basta mangiare pane o altri cibi semplici e, allo stesso modo, per non avere sete basta dell’acqua. Esistono infine bisogni né naturali né necessari, come il desiderio di gloria o di ricchezza. Da essi bisogna riguardarsi, perché sono la fonte principale del turbamento dell’anima. Anche in questo caso, siamo giunti a un’identificazione di Piacere e Bisogno poiché il primo si traduce nel soddisfacimento del secondo. Di conseguenza, il calcolo dei piaceri si basa su una teoria dei bisogni.
Tentiamo ora di compiete una ramificazione analoga per quanto riguarda il Bisogno. Esso è stato anatomizzato in maniera approfondita da uno dei massimi esponenti della psicologia umanistica, ossia Abraham Harold Maslow. Egli sostiene che la base di partenza per lo studio dell’individuo è la considerazione di esso come globalità di bisogni e, a riguardo, Maslow struttura e colloca i bisogni all’interno di una piramide gerarchica che qui riporto:
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/36/Piramide_maslow.png
Come si può notare, Maslow suddivide i bisogni in “fondamentali” e “superiori” ritenendo questi ultimi quelli psicologici e spirituali. Di fatto però la non soddisfazione dei bisogni fondamentali, definiti anche elementari o fisiologici, porta alla non soddisfazione di quelli superiori. La struttura piramidale e la categorizzazione che compie Maslow è opinionabile e facilmente criticabile ma, ciò nonostante, è utile per scorgere ancora una volta di come il Piacere si definisca e si strutturi nel terreno del Bisogno.
Tirando le fila del discorso, possiamo dunque affermare che il Piacere ha in sé il germe del bisogno il quale è terreno di nascita, sviluppo e morte del Piacere stesso. Abbiamo dimostrato che sia il Piacere sia il Bisogno hanno in sé una parte autonoma e divergente, cioè una parte che nasce dalla medesima comunanza ma che poi matura e si sviluppa in direzioni totalmente opposte ma sconosciute all’intelletto umano. Essi sono come un albero il quale nasce nella terra del Bisogno ma che poi procede in una continua evoluzione bilaterale sia verso il cielo (il Piacere) sia verso le profondità della terra tramite le radici (il Bisogno). Possiamo, in conclusione, affermare la necessità di una sospensione della questione, in un’Epochè, in attesa di uno spiraglio, di una probabile possibilità che ci permetta di ragionare e di riflettere sulla dimensione propria di Piacere e di Bisogno.
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