Non crediamo più nel progresso. Ci chiediamo , quali potranno essere le nuove scoperte tecniche che modificheranno il nostro modo di vivere, quando la medicina e la biologia riusciranno a sconfiggere le malattie che flagellano l’umanità. Non basta tuttavia dire che l’ottimismo ha lasciato spazio al pessimismo e che stiamo vivendo una nuova “crisi del progresso”, perchè non siamo affatto certi né dei rischi che corriamo né delle vittorie in cui possiamo sperare. Stiamo vivendo sulle nostra pelle un crisi che è ben più profonda di una semplice paura del disincanto. Se la più perentoria affermazione della modernità consisteva nel dire che siamo quel che facciamo, la nostra più viva esperienza è che non siamo più quel che facciamo, poiché a me pare che siamo estranei ai comportamenti che ci inducono ad assumere gli apparati economici , politici, o culturali che organizzano la nostra esperienza , apparati di cattura come li chiamava Althusser. Qualcuno di noi si getta nel flusso delle informazioni e dei prodotti della società di massa, altri cercano semplicemente di ricostruire una comunità che protegga la loro identità, filtrando gli stimoli provenienti dalla produzione , dal consumo o dalla comunicazione di massa, i social network, l’immensa maggioranza li vuole entrambi. Viviamo con un misto di sottomissione alla cultura di massa e di ripiegamento sulla nostra vita privata. All’ospedale , ci affidiamo al sapere del medico, ma ci sentiamo ignorati o maltrattati da apparati e individui per i quali il malato è lungi dall’essere lo scopo principale. Più partecipiamo alla vita pubblica sempre più globale attraverso la produzione, il consumo o l’informazione. Le informazioni, come i capitali e le merci, attraversano le frontiere. Ciò che era distante s’avvicina e il passato diventa presente. Lo sviluppo non è più la serie delle tappe attraverso le quali una società esce dal sottosviluppo, e la modernità non è più successiva alla tradizione, tutto si mescola, lo spazio e il tempo si comprimono. Le nostre piccole società vanno a poco a poco amalgamandosi in una società mondiale, assistiamo alla dissoluzione dei valori, universali il bene, ma la vita è determinata da un capitale economico, il lavoro si perde mentre il capitale aumenta. L’evoluzione che viviamo è opposta. Dove si moltiplicano i gruppi identitari , le associazioni basate su una comune appartenenza, le sette religiose, i culti, i nazionalismi, i regionalismi, le società ridiventino comunità allorchè riuniscono strettamente in un determinato territorio della società, cultura e potere sotto un’autorità religiosa, culturale, etnica o politica che potremmo definire carismatica, dato che essa trova la sua legittimità non nella sovranità popolare, ma nell’efficacia economica oppure nella conquista militare, ma nelle divinità, nei miti, nei dei inesistenti. Quando siamo tutti insieme non abbiamo niente o quasi niente in comune, mentre quando condividiamo delle credenze e una storia rifiutiamo chi è diverso da noi. Il ricco rifiuta il povero, cerca di sopprimerlo come corpo. Si vive veramente insieme solo se si perde questa identità basata sulla finzione dello status del benessere effimero. L’idea cosi seducente passata qualche anno fa del “Melting pot” mondiale che farebbe di noi i cittadini di un mondo unito non merita né entusiasmo né il disprezzo che spesso suscita, ma purtroppo è solo una fiacca ideologica per impresari di spettacoli mondiali. Chi parla di imperialismo come Toni Negri, il più grande intellettuale che io abbia mai studiato, parla del fatto che imperialismo americano od occidentale, invece che di globalizzazione , commette lo stesso errore dei moralisti ottimisti, infatti la società americana è una delle più dissociate. Siccome l’immaginario veicolato dalle comunicazioni di massa è sempre più di origine americana, una parte di noi si americanizza, e ciò tanto più facilmente in quanto queste immagini non si trasformano in modelli di comportamento, il messaggio viene trasmesso a livello di massa e senza mediazioni sociali, cosi non modifica i comportamenti reali, sembra che tutto funzioni quando in realtà a funzionare non è nulla se non i meccanismi di potere che decidono chi deve comandare oggi e chi domani, una lobby che detiene le sorti di un’umanità intera, solo perché la gente non riesce ad indignarsi veramente perché si culla di questo stato di benessere apparente. Stiamo gia rivivendo la storia di questa lacerazione delle società nazionali a vantaggio, per un verso , dei mercati internazionali, e , per l’altro dei nazionalismi aggressivi, che vedono prima eliminare la Grecia per piazzare un uomo delle multinazionali americane, i famosi banchieri di dio. Questa scissione tra mondo strumentale e mondo simbolico, fra tecnica e valori, attraversa tutta la nostra esperienza, dalla vita individuale fino all’arena mondiale. Ci troviamo nello stesso qui e in ogni luogo, ovvero da nessuna parte come avviene su Facebook. Si sono indeboliti i legami umani della rivolta, la lingua che abbiamo il sapore della sovversione, e di dare una direzione etica alla ricchezza come speculazione finanziaria. Ciò fa pesare su di noi una difficoltà crescente a definire la nostra personalità, la quale perde irrimediabilmente la propria unità nella misura in cui essa cessa di essere un insieme coerente di ruoli sociali. Questa difficoltà è spesso cosi grave che non la sopportiamo e cerchiamo di sfuggire a un “ Io” troppo debole e lacerato con la fuga, l’autodistruzione o lo svago estenuante. Quella che chiamiamo politica, cioè la gestione degli affari della nazione, si è andata deteriorando alla stessa stregua dell’Io individuale. L’analisi sociologica oggi ha il compito di individuare come possano essere declinate le libertà ad esistere, solidarietà e uguaglianza in una situazione sociale nella quale il ruolo centrale, quello del principe, è vacante, mentre la sala del trono è spazzata da correnti d’aria e invasa da bande di speculatori e politici. Ai sociologi spetta loro,evidenziare la discontinuità , non rivolgersi più alle luci del passato ma piuttosto alla confusione della realtà visibile, e formulare l’interrogativo più inquietante , se le istituzioni hanno perso la loro capacità regolativa e integrativa, quale forza può ormai unire e armonizzare un’economia transnazionale con delle identità infra nazionali? Il potere infatti non più quello del principe che impone le sue decisioni arbitrarie, e nemmeno quello del capitalista che sfrutta il salariato, ma quello dell’innovatore strategico del finanziere tesi a conquistare un mercato piuttosto che a governare o amministrare un territorio. Si tratta dunque secondo me una forza capace di reintegrare economia e cultura, insieme, in grado di contrapporsi al potere dei strateghi
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