Autore: Federico Pellettieri
Non ho alcuna pretesa di essere in grado di dare una risposta convincente a questa domanda che, forse, ognuno di noi se l’è posta almeno una volta o che, comunque, gli è stata rivolta (provocatoriamente, o meno, da parte di chi sostiene di non credere, ovvero, ha seri dubbi in proposito) più o meno in questi termini: “pur volendo ammettere l’esistenza di un Essere trascendente, in base a quali elementi di giudizio posso operare una scelta tra le innumerevoli religioni, ognuna delle quali afferma di essere depositaria della Verità assoluta, per poter ragionevolmente pervenire alla conclusione che Gesù Cristo è realmente il Figlio di Dio ?”.
Ad una simile domanda ritengo che la risposta più appropriata possa essere offerta, al di fuori di inammissibili pretese di avere a disposizione argomenti oggettivamente convincenti, raccontando di sé stessi e, cioè, del come e del perché si è pervenuti ad una certa scelta.
Prima di raccontare di me stesso, ritengo opportuna una premessa, richiamandomi all’enciclica “Fides et ratio” di Papa Giovanni Paolo II, il quale, a proposito delle fondamentali domande che ognuno di noi prima o poi si è posto, almeno una volta: “Ha un senso la vita?”, “verso dove è diretta?”, così scriveva.
“A prima vista, l’esistenza personale potrebbe presentarsi radicalmente priva di senso. Non è necessario ricorrere al filosofi dell’assurdo né alle provocatorie domande che si trovano nel Libro di Giobbe per dubitare del senso della vita. L’esperienza quotidiana della sofferenza, propria ed altrui, la vista di tanti fatti che alla luce della ragione appaiono inspiegabili, bastano a rendere ineludibile una questione così drammatica come quella sul senso. A ciò si aggiunga che la prima verità assolutamente certa della nostra esistenza, oltre al fatto che esistiamo, è l’inevitabilità della nostra morte. Di fronte a questo dato sconcertante s’impone la ricerca di una risposta esaustiva. Ognuno vuole – e deve – conoscere la verità sulla propria fine. Vuole sapere se la morte sarà il termine definitivo della sua esistenza o se vi è qualcosa che oltrepassa la morte; se gli è consentito sperare in una vita ulteriore oppure no…….…A questi interrogativi nessuno può sfuggire, né il filosofo, né l’uomo comune. Dalla risposta ad essi data dipende una tappa decisiva della ricerca: se sia possibile o meno raggiungere una verità universale e assoluta…………..Non è pensabile che una ricerca così profondamente radicata nella natura umana possa essere del tutto inutile e vana. La stessa capacità di cercare la verità e di porre domande implica già una prima risposta. L’uomo non inizierebbe a cercare ciò che ignorasse del tutto o stimasse assolutamente irraggiungibile. Solo la prospettiva di poter arrivare ad una risposta può indurlo a muovere il primo passo.”
Ritornando a parlare di me stesso, mi riferisco ad un determinato momento, di totale disorientamento della mia vita per cui quelle domande acquisivano un particolare valore.
Venivo da una famiglia molto religiosa e, fino ad allora, ritenevo di aver sempre correttamente osservato i precetti cristiani, sicché la mia vita procedeva, sotto questo aspetto, in maniera tranquilla; ma in quel determinato momento mi resi conto della spaventosa aridità del mio cristianesimo: ero nella carne e vivevo secondo la carne, ero sulla terra e della terra ero cittadino, obbedivo alla legge, ma con la mia vita non superavo la legge, non ero povero e non arricchivo nessuno. Capii subito che la mia barca era profondamente incagliata in acque stagnanti, per esser sempre rimasta solidamente ancorata e legata alla terra ferma con funi robuste e che, se anche avevo dato la mia formale adesione a Cristo, costui, nella mia barca, non era niente di più che uno sconosciuto fantasma; l’ombra del dubbio si ingigantiva fino a coinvolgere i cardini essenziali della mia fede vacillante, investendo anche l’ esistenza stessa di un Dio creatore.
Prendendo atto che tutto ciò era determinato dalla circostanza (con riferimento, sempre, alla mia personale esperienza) che quanto ritenevo di credere era frutto di un’accettazione, quasi istintiva ed inconsapevole, di ciò che mi era stato detto ed avevo sentito nell’ambiente in cui ero vissuto e che la crescita e la maturazione personale implicano che queste verità possano essere messe in dubbio e, conseguentemente, vagliate attraverso l’attività critica della ragione, mi accinsi a “muovere i primi passi” sulla strada della ricerca della verità, sempre convinto che “se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricerca della verità, esiste ancora prima l’obbligo morale grave per ciascuno di cercare la verità e di aderirvi una volta conosciuta” (Papa Giovanni Paolo II, enc. “veritatis splendor”).
Fondamentale premessa per un serio cammino di ricerca era, poi, costituita dalla considerazione che l’accettazione di determinate verità non poteva essere circoscritta solo a quelle suscettibili di una personale verifica: nel credere, infatti, necessariamente ciascuno deve affidarsi alle conoscenze acquisite da altre persone, specialmente nel campo della ricerca scientifica.
Orbene, avendo, soprattutto, presenti le acquisite conoscenze scientifiche sull’origine dell’universo (con particolare riferimento ad un suo “inizio”) che qui non è il caso di approfondire e sulle innumerevoli leggi che lo governano, secondo un evidente e preordinato progetto, sono pervenuto alla conclusione che ammettere l’esistenza di un Dio creatore è un fatto estremamente razionale, in assenza di qualsiasi altra ipotesi ragionevole: si pensi, per esempio, alla teoria della casualità che, sulla base di un calcolo statistico delle probabilità, appare assolutamente inaccettabile.
Accettata l’idea di un Dio creatore, sorgeva, poi, il problema di come operare una scelta nell’identificare la “vera” religione.
Innanzi tutto ritenni di dover escludere da tale indagine l’induismo, il buddismo, il neoplatonismo plotiniano (che, inizialmente, mi aveva particolarmente colpito) ed, in genere, tutte quelle correnti di pensiero che, pur nella loro indiscutibile ricchezza di contenuti, costituiscono non una vera e propria religione, ma più che altro una filosofia di vita, visto che prescindono dall’idea di un Dio creatore dell’universo e tutte le loro prescrizioni sono finalizzate al raggiungimento di un sereno stile di vita, come, per esempio, il buddista “Nirvana”, che è uno stato di annullamento dei desideri, senza, peraltro, fornire adeguate risposte agli interrogativi come sopra proposti.
L’indagine si restringeva, necessariamente, alle tre religioni monoteiste, tutte facenti capo all’idea di un Dio creatore: Ebraismo, Cristianesimo ed Islamismo.
Comune fondamento dell’Ebraismo e Cristianesimo è costituito dal complesso di libri sacri, perché ritenuti di ispirazione divina, denominati “Antico Testamento”: lo stesso Islam ne accetta molte parti e molti profeti, riconoscendone un’origine celeste, sia pure alterata dal fluire del tempo e dalla malizia degli uomini.
Lo studio approfondito di tali libri, che risultano scritti nell’arco di circa 1500 anni, costituisce un’ardua impresa: in essi si narra come Dio si scelse, con singolare disegno, il popolo di Israele al quale affidare le promesse di salvezza dell’uomo, dopo la “caduta” dell’uomo, avvenuta con il peccato originale, per aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, ovvero per aver preteso, opponendosi alla legge divina, di rendersi egli stesso autore di tale legge sulla determinazione di ciò che è bene e ciò che è male.
La lettura dei libri dell’Antico Testamento, manifestando a tutti la conoscenza di Dio ed il modo, giusto e misericordioso, con cui si comporta con gli uomini, evidenzia come gli stessi siano soprattutto preordinati a preparare ed annunziare profeticamente l’avvento di un Redentore dell’universo: ed è proprio dalla ricerca e successiva identificazione di tale soggetto che i libri in questione traggono il loro maggiore, se non esclusivo, fondamento di veridicità.
Orbene, in detti libri, scritti da innumerevoli autori, in un arco di tempo davvero ingente, si ritrovano oltre trecento precisi riferimenti all’avvento di tale personaggio, identificato con vari appellativi, prevedendone sia il tempo che il luogo della sua nascita ed altri moltissimi dettagli sulla sua vita, morte e risurrezione.
Nonostante tali riferimenti, la religione ebraica ha ritenuto caparbiamente che l’avvento come sopra preannunciato non si sia mai verificato, rimanendo tuttora in attesa: un tale rifiuto sembra, invero, difficilmente accettabile, anche in considerazione del fatto che Dio, dopo aver, a più riprese ed in vario modo, parlato per mezzo dei profeti per circa 1500 anni, avrebbe poi ed inspiegabilmente interrotto, da ormai 2000 anni, ogni comunicazione.
Per l’Islam, Gesù Cristo altro non è che uno dei tanti Profeti, mentre il vero Messia andrebbe identificato in Maometto, comparso circa 700 anni dopo; sta di fatto, però, che nessuno di quei precisi riferimenti è riconducibile a tale personaggio.
Ritornando agli innumerevoli riferimenti profetici, contenuti nell’Antico Testamento, all’avvento di un Messia, sulla base di un’attenta analisi degli stessi, risulta che tutte le circa 330 profezie trovano il loro puntuale e preciso adempimento nella persona di Gesù Cristo.
Le più significative riguardano: il momento della morte del Messia, in Daniele, 9: 24-27, ove tale data viene indicata in sessantanove settimane (la traduzione letterale di “settimana” è: “settenario”, dove la parola settenario si intende un periodo di sette anni, corrispondenti, pertanto, complessivamente a 483 anni) successive al decreto sulla ricostruzione di Gerusalemme, del 445 a.C., cioè, con gli aggiustamenti relativi all’anno zero ed alla differenza tra il calendario Giuliano e quello Gregoriano, il 6 aprile dell’anno 32 d.C., giorno in cui Gesù entra in Gerusalemme; il luogo della Sua nascita, in Michea, 5: 1 (“e tu Betlemme…..da te uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele”); nato da una vergine (Isaia, 7: 14); della tribù di Giuda (Genesi, 49: 10, “da Giuda………verrà colui al quale esso appartiene ed a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli”); venduto per 30 monete d’argento (Zaccaria, 11: 12); tradito da un amico (salmo, 41: 9); accusato da falsi testimoni (Salmo, 35: 11-12); muto davanti ai suoi accusatori (Isaia, 53: 7); flagellato (Salmo, 129: 3); forati le sue mani ed i suoi piedi (Salmo, 22: 16); crocifisso fra due malfattori (Isaia, 53: 12; Salmo 22, 17); intercedette per i suoi persecutori (Isaia, 53: 12); le sue vesti furono divise e sorteggiate (Salmo, 22: 18); gli offrirono fiele ed aceto (Salmo, 69: 21); le sue ossa non furono spezzate (Salmo, 34: 19-20); il suo costato fu trafitto (Zaccaria, 12: 10); fu sepolto nel sepolcro di un ricco (Isaia, 53: 9); soffre e muore per i nostri peccati (Isaia, 53: 4-12); la sua resurrezione (“tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione”, in Salmi, 16: 10; “dopo il suo intimo tormento vedrà la luce”, in Isaia, 53, 11); la sua ascensione (“tu sei salito in alto, portando prigionieri……., per far qui la tua dimora, o Signore, Dio”, in Salmi, 68: 18).
Particolare riferimento meritano, comunque, i capitoli di Isaia da 52: 13 a 53: 12 (di contenuto molto simile al Salmo 22), definiti a ragione “l’Evangelo secondo Isaia”, che descrivono (oltre 700 anni prima la nascita di Gesù) in modo davvero stupefacente, fin nei minimi particolari, la crocifissione del Messia: profezia assolutamente incomprensibile, per gli uomini del suo tempo (lo stesso Isaia, al cap. 53: 1, si interroga: “chi avrebbe creduto al nostro annuncio?”), dato che tale supplizio era del tutto sconosciuto, ma soprattutto perché inaccettabile appariva l’idea che la potenza salvifica di Dio si manifestasse nel Servo umiliato, condannato, ucciso, offrendo “se stesso in espiazione” (cap. 53: 10) dei peccati di tutti.
Se si considera, comunque, il rilevante numero delle profezie contenute nell’A.T., formulate da diversi soggetti in un lunghissimo arco di tempo (circa 1500 anni) e che tutte (nessuna esclusa) trovano perfettamente riscontro nella persona storica di Gesù Cristo, da tutto ciò sembra davvero ragionevole dedurne che è Lui il Messia, per tanti secoli preannunciato: non può sottacersi, a tal proposito, che nessuna religione, diversa dal Cristianesimo, conosce un tale genere di così innumerevoli dimostrazioni probanti. Da tale rilevata identificazione segue, poi, la logica conseguenza che il complesso delle profezie dell’A.T. sopra ricordate, da un lato, e la persona di Gesù Cristo, dall’altro, si avvalorano reciprocamente, dovendo ragionevolmente escludere che detta coincidenza sia frutto di un caso, assolutamente improbabile.
Ma chi era realmente Gesù Cristo? (“voi chi dite che io sia?”, Mc. 8: 29).
A tal proposito, lClive Staples Lewis, noto scrittore irlandese, scriveva: “Sto cercando di impedire che qualcuno dica del Cristo quella sciocchezza che spesso si sente ripetere: ‘Sono pronto ad accettare Gesù come un grande maestro di morale, ma non accetto la sua pretesa di essere Dio’. Questa è proprio l’unica cosa che non dobbiamo dire. Un uomo che fosse soltanto uomo e dicesse il genere di cose dette da Gesù non sarebbe un grande maestro di morale. Sarebbe stato un folle — come un uomo che affermasse di essere un uovo alla coque — o sarebbe il diavolo in persona. Dovete scegliere. O quest’uomo era, ed è, il Figlio di Dio, oppure è un pazzo o qualcosa di peggio… ma non caviamocela con qualche condiscendente assurdità del tipo che era un grande maestro dell’umanità”.
La vera identità di Gesù Cristo si rivela, infatti, oltre che negli innumerevoli miracoli compiuti, essenzialmente nella Sua predicazione, con particolare riferimento alle “Beatitudini”, vero e proprio “rovesciamento dei valori”, nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo che Gesù inaugura.
Nelle Beatitudini, “l’Io di Gesù – come magistralmente scrive Benedetto XVI, nel suo “Gesù di Nazaret” – risalta in un grado che nessun maestro della Legge può permettersi. La folla lo percepisce, Matteo ci dice espressamente che il popolo ‘si spaventò’ per il suo modo di insegnare. Non insegnava come i rabbini, ma come uno che ha ‘autorità’, Con queste espressioni, evidentemente, non ci si riferisce a una qualità retorica dei discorsi di Gesù, ma alla palese rivendicazione di essere all’altezza del Legislatore, all’altezza di Dio. Lo ‘spavento’ (la traduzione della CEI lo addolcisce, purtroppo, usando il vocabolo ‘stupore’) è proprio quello provocato da un uomo che osa parlare con l’autorità di Dio. Così facendo o profana la maestà di Dio, e sarebbe una cosa terribile, o invece, è davvero all’altezza di Dio.”
Gesù, inoltre, ha affermato in modo chiaro ed inequivocabile di essere Dio (“Io ed il Padre siamo una cosa sola”), “la via, la verità e la vita”, di essere venuto, con l’offerta del Suo corpo in sacrificio, a “riscattare” l’uomo dal suo peccato, unitamente al dono della vita eterna e, con l’istituzione dell’Eucaristia, ad invitare tutti a mangiarne (“prendete, questo è il mio corpo”, Mc. 14: 22) . Simili affermazioni che una mente umana non avrebbe mai potuto concepire, se proferite da un uomo, non avrebbero potuto avere altra provenienza che da un esaltato fuori di sé, da un bugiardo (quindi, come tale, bollato per sempre dagli storici che, concordemente hanno, invece, sempre scartato tale ipotesi) e, quindi, non da un profeta, da un grande maestro, da un sant’uomo.
Da queste brevi riflessioni, suscettibili di ulteriori e più validi approfondimenti, appare ragionevole ammettere (sempre quale risultato di una personale valutazione che nessuno può avere la presunzione di imporre come verità assoluta) che il “Gesù storico” coincida con il Gesù Figlio di Dio raccontato nei Vangeli; del resto la stessa Sacra Scrittura veterotestamentaria ne annunciava la Sua divinità (Isaia, 9: 5-6): “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: ‘Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace’; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre; questo farà lo zelo del Signore degli eserciti”.
“Io sono convinto – così scrive Benedetto XVI nella premessa al suo “Gesù di Nazaret” – e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore (il quale “è libero di contraddirmi”, come è scritto in altra parte della stessa premessa), che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni. Io ritengo che proprio questo Gesù – quello dei Vangeli – sia una figura storicamente sensata e convincente”.
Federico Pellettieri
Spiritualità: Ultimi articoli
- Francesco Supers - "l'idolo degli adolescenti in pericolo di vita"
- Apatia ed immaturità: ecco i giovani d’oggi
- Riflessioni sulla vita spirituale, la meditazione e la magia
- Tolleranza religiosa
- HUB ITALIA NETWORK
- La paura del cambiamento
- BADARA SECK ... il cantastorie dei tempi moderni
- Benedetto XVI in Terra Santa. Missione compiuta?
- Francesco Giorgino critica i media. Più coraggio e spazio alla religione nella televisione generalista. Troppo cinismo.
- Inchiesta: Satana in Italia. Parlano gli esorcisti